Là dentro Scilla vive, orrendamente latrando:
la voce è come quella di cagna neonata,
ma essa è mostro pauroso, nessuno
potrebbe aver gioia a vederla, nemmeno un dio, se l'incontra.
I piedi son dodici, tutti invisibili:
e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa
da fare spavento; in bocca su tre file i denti,
fitti e serrati, pieni di nera morte.
Per metà nella grotta profonda è nascosta,
ma spinge le teste
fuori dal baratro orribile,
e lì pesca, e lo scoglio
intorno intorno frugando
delfini e cani di
mare e a volte anche mostri più grandi
afferra, di quelli
che a mille nutre l'urlante Anfitrìte.
(...)
L'altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo,
vicini uno all'altro, dall'uno potresti colpir
l'altro di freccia.
Su questo c'è un fico grande, ricco di foglie:
e sotto Cariddi gloriosa l'acqua livida assorbe.
Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe
paurosamente. Ah che tu non sia là quando
assorbe!
(Odissea XII)
Il mito narra che Scilla, figlia di Forco e Crataide, era
una splendida ninfa, che soleva trascorrere le giornate passeggiando sulla riva
del mare di Zancle (l'antica Messina) con le altre ninfe e che rifiutava ogni
pretendente. Un giorno, mentre contemplava il mare sdraiata sulla spiaggia,
notò un'onda dirigersi verso di lei ed apparire un essere metà uomo metà pesce
dal corpo azzurro e con il volto incorniciato da una folta barba verde. Era
Glauco, un pescatore che per un prodigio fu trasformato in un essere di natura
divina.